preparare il paneIo credo nelle storie, la vita è narrazione...
Un giorno incontrai queste parole che oggi vi ripropongo; un racconto che mi ha attraversato l'anima e che da allora abita nel mio cuore. Qualche anno più tardi raccontai questa storia all’interno di un seminario dedicato al femminile e da quella condivisione  è nato Il Manifesto delle Donne Sagge, una visione e un progetto per donne capaci di "trasformare la pietra in pane"!

Roberta Piliego


16 Giugno 2005 - Annalena Valenti
Mercoledì 1 giugno 2005, cinquanta donne israeliane e cinquanta donne palestinesi si sono incontrate a Betania, in territorio palestinese, per fare e spezzare il pane insieme. Attraverso il gesto più semplice della vita di ogni uomo, le due amiche, promotrici dell’evento, l’ebrea israeliana Angelica Calò Livnè e la cristiana palestinese Samar Sahhar, hanno voluto compiere un vero atto di pace, un sogno, perché fino a pochi mesi fa sarebbe stato impensabile, che è divenuto realtà.

Quella che segue è la cronaca di quella giornata, cui la sottoscritta ha avuto l’onore di partecipare. Con una premessa. La parola “sogno”, così come la parola “pace”, per Angelica e Samar, non sono fatte di girotondi in piazza con svolazzanti bandiere arcobaleno, o di facili sassi scagliati urlando la parola pace, ma sono la vita e le energie che spendono, giorno per giorno, a volte trovando incomprensione e anche ostilità, sempre perseveranti, sicure del compito loro affidato, con amore e intelligenza. Tranne che, ad un certo punto, è successo qualcosa.

Due anni fa Luigi Amicone le ha fatte incontrare – appartengono a due popoli in guerra – ma avevano lo stesso desiderio di pace, la stessa idea che un popolo si può costruire attraverso l’educazione alla vita, si sono riconosciute figlie dello stesso Dio, si sono riconosciute sorelle. «L’amicizia è un amore condiviso» diceva don Luigi Giussani, ed eccole ora a condividere un compito e un fardello.

Angelica vive in un kibbutz tra i monti dell’alta Galilea, insegna teatro ai bambini e ha fondato una compagnia teatrale fatta di ragazzi ebrei e arabi, ha creato la fondazione “Bereshit LaShalom” che ha lo scopo di educare i ragazzi alla pace attraverso le arti (teatro, musica.), in estate porta in vacanza in Italia gruppi di bambini le cui famiglie sono state colpite dal terrorismo. Samar vive a Betania, est di Gerusalemme, ha continuato l’opera dei suoi genitori che avevano un orfanotrofio maschile, poi ne ha aperto uno femminile la “Lazarus home for girls”, che attualmente gestisce. Nel 2003 ha inaugurato un panificio, quello nel quale si è svolta la giornata del pane, per nutrire gli ospiti dell’orfanotrofio e dar lavoro a ragazzi palestinesi. Alcuni mesi fa Samar ha avuto l’idea della giornata del pane, donne israeliane e palestinesi insieme per fare e mangiare l’alimento più semplice.

Donne, perché le prime a dare la vita, a nutrire, ad educare i nuovi uomini sono le donne, e le prime ad essere entusiaste dell’idea sono state loro, madri, nonne, ragazze, tutte accomunate dallo sfinimento di giornate in cui non sai se arriverai a sera – «se Dio vuole» è un’espressione che ho sentito spesso – tormentate dal pensiero per i figli e accomunate dallo stesso desiderio di pace.

L’idea è bella, ma come cinquanta israeliane potranno passare il check point ed entrare in territorio palestinese? Una serie di eventi portano Angelica a conoscere la signora Yuli Tamir, del partito laburista, membro del Parlamento israeliano, che, entusiasta dell’iniziativa, la sostiene, e partecipa attivamente alla sua realizzazione, ottenendo tutti i permessi necessari per poterla organizzare. Raro esempio di come la politica possa servire all’uomo comune, nell’incoraggiare e promuovere le iniziative volte a creare un mondo migliore. E si parte. Uno strano pellegrinaggio porta un pullman carico di donne israeliane ebree e arabe, musulmane e cristiane, i ragazzi del teatro di Angelica, qualche uomo, due bambini, un’italiana cattolica, dai monti dell’alta Galilea, là dove si vede il Libano, passando dal lago di Tiberiade, e le sue rive non devono essere molto diverse da quando Gesù incontrò gli amici Pietro e Andrea, poi fino al mare, a Tel Aviv, e poi alle case di pietra, rosa al tramonto, della Città Santa, Gerusalemme, e finalmente a Betania, e dalla collina su cui siamo è facile immaginare Marta, Lazzaro e Maria, che qui vivevano, che aspettano l’amico Gesù che arriva dal fondo della valle. E i pellegrini si incontrano con le donne palestinesi di qui, cristiane e musulmane, e qualche uomo, e qualche italiana, e i bambini di Samar, bellissimi.

MENTRE PASSA IL PULLMAN
Il pullman su tutto il suo percorso raccoglie al suo passaggio donne delle più diverse origini. Rachel è americana, vive nel kibbutz Sasa dagli anni ’70, lì ognuno ha un compito, lei fa la giardiniera, Balkis è una bellissima donna araba musulmana, sale a Jish con i suoi figli e con Michael, un ragazzo ebreo del vicino moshav religioso Dalton, c’è poi Imke, una signora ebrea che porta un forno che funziona ad energia solare, con i vestiti tradizionali che indossa sembra venire dal passato, e dall’alto della montagna ecco il lago di Tiberiade, la vista è bellissima, è quella che vedono ogni giorno dalle loro finestre Nora e Dalia, ben coscienti del privilegio donato, che vivono in un moshav in cui tutti sono vegetariani. Si passa da Carmiel, e salgono donne più “moderne”, e a Tel Aviv salgono Fiorella e Angelo, i genitori di Angelica, che la sostengono sempre, Naama, insegnante araba in pensione, ed eccoci a Gerusalemme, sale Aida con la figlia Nili di 4 anni, è araba e fa parte di un’associazione di incontro interreligioso, è onorata di far parte di questo evento e Hallit che insegna educazione artistica a bambini palestinesi ed israeliani.

Arriviamo e avviene «tutto ciò che doveva avvenire» dice Angelica, con in più, piacevole imprevisto, la banda musicale degli scout palestinesi che ci accoglie suonando. I politici presenti parlano di pace e convivenza, la Tamir, il sindaco di Betania, il capo gabinetto palestinese, l’onorevole Mario Mauro, vice presidente del parlamento europeo, che ha patrocinato l’iniziativa insieme all’ambasciatrice italiana in Israele Anna De Bernardin e ad alcuni Comuni italiani.

Ed eccoci al momento clou, si fa il pane insieme, si cuoce, si mangia. Mauro dice che quando le donne si mettono insieme e partono, allora la pace è vicina. La madre di Samar parla del sogno della figlia che si sta realizzando, e fa un certo effetto vedere donne col velo che si abbracciano a ragazze con la pancia scoperta, donne che si parlano e si capiscono pur conoscendo solo l’arabo le une e la lingua ebraica le altre, qualcuna parla in inglese e chi a gesti, sedute le une accanto alle altre, sotto tendoni fatti di coloratissimi teli arabi, che dividono il pane insieme e si scambiano uva e datteri.

Un uomo con un gigantesco samovar distribuisce limonata, una ragazza palestinese accompagnata da due giovani musicisti intona una melodia araba, i ragazzi di Angelica mimano un pezzo del loro spettacolo, danzano, i bambini si mettono in posa per farsi fotografare. Stupisco della bellezza di questa gioventù israeliana e palestinese e di quanto si somiglino. La giornata si conclude, è andato tutto per il meglio, nonostante qualche paura, che in questo momento si percepisce ingiustificata. Difficile vedere Samar così raggiante, ancor più difficile vedere Angelica che rimane senza parole. E Samar mi dice: «Dì a Luigi che per merito suo è iniziata la pace in Terra Santa».

Capito direttore? Difficile pensare, conoscendo queste due donne e quel che può combinare la loro amicizia, che sia solo un bel sogno. «E mangerete il vostro pane a sazietà e risiederete tranquilli nel vostro paese. Ed Io farò sì che la pace regni nel paese; voi vi coricherete e non ci sarà chi vi spaventi; e la spada non passerà per il vostro paese» (Levitico 26, 5-6).

Fonte: www.tempi.it